screen time addiction



Go back to essays <3 

Go back home baby

avevo 10 anni quando internet è entrato in casa mia. non che fossi totalmente separata dalla tecnologia: guardavo fin troppa televisione, benché mi piacesse anche dedicarmi ad altro, ascoltavo musica nella mia radio delle principesse, giocavo con la playstation 2 e con il nintendo ds. avevo persino un mastodontico computer confinato in mansarda - un bestione che occupava tutta la scrivania e aveva il sistema operativo windows 98. era lentissimo. per stampare un foglio impiegava una mezzoretta e nel frattempo l'unica cosa che potevi fare era giocare a campo minato o a solitario. io e mia sorella lo usavamo per giocare a giochi infantili che non richiedevano una connessione, come quelli di winnie the pooh o della pimpa, e scrivevamo su word delle brevi storie di nostra invenzione. tutto cambiò quando mio padre portò a casa un suo vecchio computer del lavoro con tanto di sistema di connessione a internet. eravamo molto emozionati dalla possibilità di "ospitare" la rete in casa: avrebbe facilitato le ricerche per la scuola, che solitamente faceva mio papà al mio posto, stampando tutte le pagine wikipedia che trovava, e avrebbe permesso di essere più "moderni", meno scollati dalla realtà circostante. sì, era un momento in cui avere internet in casa era un privilegio e un mezzo per essere più connesso con il mondo, non più separato. ci voleva comunque tantissimo tempo prima che la connessione fosse stabile e si riuscisse a raggiungere, tra mille bip, il sito desiderato. ma anche lì, l'attesa non era percepita da nessuno come una barriera, ma come un tempo necessario a raggiungere un altro posto, benché virtualmente. come ci si impiegavano 15 minuti ad andare a scuola, così si impiegavano 15 minuti per aspettare che caricasse un video di youtube, sito aperto da molto poco quando internet entrò in casa.



mi sono accorta che ho usato due volte l'espressione "internet è entrato", come se fosse una persona e non un insieme di elementi fisici, ma privi di coscienza, e immateriali. ragionandoci bene, non è un uso improprio della metafora: internet è diventato con il tempo una persona in più del mio nucleo familiare, come è accaduto a quasi tutte le famiglie in italia e nel mondo. la presenza materiale di computer, cavi, modem adsl, spine e adattatori in giro per casa dava proprio l'impressione che ci fosse un ingombrante abitante in più. in seguito, la sua presenza è diventata meno appariscente, ma subdolamente più penetrante.

quando ero in prima media mi regalarono il primo iphone- che era proprio il primo ad essere stato venduto in italia: un piccolo rettangolino bianco dalla grafica futuristica, che faceva invidia a tutti i miei compagni delle medie. a scuola lo portavo poco spesso e anche a casa non lo usavo più di tanto: avevo solo le app necessarie e l'accesso a internet era di una lentezza imbarazzante, persino peggiore di quella del pc, che nel frattempo era diventato di mia proprietà. alle medie scoprii la libertà di navigare su internet in maniera pressoché incontrollata, data la scarsa alfabetizzazione informatica dei miei genitori (anche se mio padre, a rigor di logica, si è diplomato come ragioniere programmatore, ma questo è un altro discorso). iniziai a parlare via chat con i miei amici di scuola, a scaricare musica sul mio mp4, a fare ricerche online su tutto ciò verso cui provavo il minimo interesse. ero molto curiosa e presto imparai ad usare il pc in quasi tutte le sue funzionalità a soli 11 anni. giocavo comunque a solitario, ma era molto più veloce di quello scassone in mansarda, di cui mia madre presto iniziò a buttare via i pezzi uno ad uno, all'insaputa di mio padre. ora credo rimangano solamente computer e monitor. eppure, la solidità di quel rudere tuttora mi affascina e contrasta significativamente con l'evoluzione che la tecnologia subì negli anni successivi.



ben presto i miei amici di scuola, prima medie, poi liceo, iniziarono ad avere cellulari a prestazioni più elevate del mio piccolo iphone 3g, che conservai con gelosia fino alla quarta superiore e che anche adesso è perfettamente funzionante (e con una batteria infinita, alla faccia dell'obsolescenza programmata). ora i telefoni si chiamavano smartphone ed erano in mano a sempre più persone. le app di comunicazione via social si moltiplicarono: prima facebook, poi whatsapp (a pagamento!), poi instagram, poi snapchat. e solo dopo la fine del liceo, arrivò anche tiktok. dall'inizio delle superiori alla fine dell'università, la società era completamente diversa. in casa mia internet non era più una presenza fisica, ma una specie di nube diffusa sopra di noi ed espansa nell'aria che respiravamo, capace di prendere forma intelligibile sugli schermi dei nostri telefoni e dei nostri computer.



anche i luminari più scettici sulla crescente dipendenza dalla tecnologia mobile non possono negare che sia impossibile usare almeno un device, pena l'esclusione dall'attualità e, spesso, dalla cultura. peccato che di questi strumenti non sempre si faccia buon uso, come dimostrato dal proliferare della violenza anche online e dall'abuso dell'intelligenza artificiale, coronamento del mio percorso attraverso internet e la tecnologia.

al momento, credo di avere un rapporto abbastanza bilanciato con il mio smartphone (adesso un iphone 11. so che siamo nel 2026, ma preferisco usare bene un telefono e consumarlo fino alla fine, piuttosto che comprare ogni anno un nuovo modello, come purtroppo fa molta gente). lo uso un paio di ore al giorno, per comunicare con i miei amici, per cercare notizie e informazioni su ciò che mi incuriosisce (come facevo a 11 anni con il mio primo pc) e per scrollare - per non troppo tempo - sui social per sapere che cosa accade nel mondo, che cosa pensa la gente della mia età e delle generazioni più giovani, quali sono le nuove tendenze sociali e culturali ecc. sono consapevole che non tutti hanno un rapporto simile con la tecnologia: molti giovani miei coetanei - ossia gente nei propri 20 anni - usano il telefono per troppe ore al giorno, spesso per noia, non sapendo più fare a meno di un mezzo che dà dopamina più della vita reale. e ancora più drammatico è il caso dei ragazzi più giovani, che non possono più fare a meno del telefono nemmeno a scuola- lo so bene, faccio l'insegnante. il divieto di usare lo smartphone durante la permanenza a scuola, una novità introdotta dal ministro dell'istruzione valditara all'inizio di quest'anno scolastico, ha incontrato una grandissima disapprovazione da parte degli studente, che in qualche modo cercano sempre un'escamotage per usarlo. perché stare attenti alla lezione, quando potrei fare una partita su clash o imbarcarmi in un doomscroll di sei ore?

e magari questa situazione fosse limitata alla scuola, dove la noia degli studenti è sempre esistita, anche se non a questi livelli drammatici. anche la vita sociale e culturale degli adolescenti si è notevolmente ridotta e la poca che viene vissuta è sempre filtrata attraverso uno schermo. triste.



internet da persona a nuvola è diventato una patologia infestante, ma non dovrebbe essere così. un rapporto equilibrato con il proprio telefono e il proprio pc (e adesso anche con le smarttv) può recare enormi benefici al proprio stato mentale e alla propria vita sociale. è innegabile che internet, in qualsiasi forma se ne voglia usufruire, è fondamentale per interagire nella società contemporanea. tuttavia, i padroni dei social e dell'ia non hanno a cuore la salute degli utenti e, interessati al profitto, cercano di massimizzare il tempo che le persone trascorrono attaccati, nel vero senso della parola, al telefono. la soluzione esiste ed è educare ed educarsi alla consapevolezza. io cerco di farlo con me stessa e con i miei studenti nel limite del possibile, ma non ho idea di che forma possa prendere il futuro. internet tornerà a essere una nuvola? diventerà una malattia più grave, un cancro digitale? oppure ancora peggio: sarà la morte stessa?



Un uomo così ha una duplice esistenza: può sopportare le infelicità ed essere sopraffatto dalle sventure ma allo stesso tempo, quando si ritrae in se stesso, si trasforma in uno spirito celestiale circondato da un'aura nel cui cerchio magico né follia, né dolore possono penetrare.

Frankenstein, Mary Shelley

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